Workshop, la parola magica?
Hai perso l’ispirazione? Partecipa a un workshop. Sei stanco del tuo stile? Partecipa a un workshop. Hai letto di tutto e di più e ritieni che la fotografia ormai non abbia più alcun segreto per te? Ma sì, facciamoci un workshop, sia mai di imparare qualcosa di nuovo. E ancora.
Gli incarichi scarseggiano e i compensi sono ridicolmente bassi? Organizziamo un workshop. Non si piazza più una foto per colpa dei servizi di microstock e della massificazione delle vendite? E io mi metto a organizzare workshop, tiè! Insomma, partecipare a un workshop oppure organizzarlo sembrano essere la panacea per ogni difficoltà o negatività legate alla fotografia, dal semplice neofita che vuole imparare i trucchi del mestiere al professionista alle prese con la crisi di mercato e con la conseguente necessità di inventarsi un riposizionamento.Perché questo approccio a metà tra l’ironico e il sarcastico, quando io per prima partecipo a workshop e, non contenta, me li organizzo anche su misura? Per saturazione. Non di workshop anzi, fosse per me ne farei uno a settimana. Il problema è la scelta, attività assai faticosa e sempre più difficile perché legata inevitabilmente ad un eccesso di offerta.
Per non parlare di quell’eccesso di informazioni, o presunte tali, che ha progressivamente saturato la nostra disponibilità alla lettura, all’ascolto, alla comprensione. E, portafoglio permettendo, all’acquisto.Aprite Google e digitate “workshop di fotografia”: circa 13 milioni di risultati. Fermo restando che un motore di ricerca non è ancora, purtroppo o per fortuna, un motore di risposta, come è possibile scegliere il corso adatto alle nostre esigenze e su quali criteri basare la decisione? E, di contro, come si fa a organizzare un workshop che si distingua nel mare magnum dell’offerta? Per tentare di dare una risposta a queste domande ho scelto di partire da un’analisi generale dell’offerta per capire se è adeguata alle esigenze della domanda. Sia che si tratti di appassionati in cerca del corso ideale sia che si parli di professionisti in fase di studio della concorrenza, la prima sensazione che emerge prepotentemente, scorrendo le pagine delle proposte, è che ormai chiunque padroneggi la tecnica fotografica organizza workshop.
Ciò porta a riflettere sul paradossale (e triste) stato dell’arte del mestiere del fotografo, una professione che, se si riesce a diventare abili imprenditori di se stessi, ancora permette di arrivare a fine mese, seppur con fatica. Ma non vendendo fotografie.
Pare infatti che saperle fare e, soprattutto, saperle fare bene, non basti più perché il “fare clic” costituisce ormai solo un 20% del mestiere. Gestire clienti e fornitori, promuovere la propria professionalità utilizzando strumenti e canali adeguati, seguire i flussi di lavoro sono solo alcune delle variegate attività della professione. In aggiunta bisogna tener presente che dall’altra parte ci sarà pure una domanda che sembra non avere le idee chiare su quello di cui ha bisogno, ma che è tuttavia estremamente attenta a cogliere quei segnali, chiamiamoli subliminali, di differenziazione.
Quando fotografi professionisti mi chiedono consulenze di organizzazione workshop e comunicazione, per prima cosa sottolineo che avere consolidate e provate competenze professionali, fotograficamente parlando, è solo il punto di partenza, mentre molti lo ritengono il punto di arrivo.

Una dimostrazione di come il grandangolare possa essere utilizzato anche in situazioni in cui di solito si preferisce il teleobiettivo.
Spesso mi dicono: “Le mie foto parlano da sole”. Vero, per parlare, parlano. Ma cosa dicono? E, soprattutto, a chi? E’ un approccio confuso e blaterato, unilaterale, oppure una fluida conversazione inconscia basata su uno scambio tra pensieri che gradualmente porta al coinvolgimento dell’osservatore/lettore/potenziale cliente?
E ancora: “Come mai tizio o caia, che non sanno minimamente fotografare o post produrre, fanno sempre il tutto esaurito? Avranno santi in paradiso?”. Di norma sarebbe meglio lasciar perdere i santi, a meno che non si sia in grado di gestirli a livello professionale. E non mi riferisco all’aspetto fotografico, ma a tutto ciò che riguarda le pubbliche relazioni e alla conseguente capacità di promuovere la propria reputazione tenendo sempre presente che spesso, per tutelarla, è necessario saper dire di no evitando di chiudersi porte alle spalle. Oppure che è doveroso, quando si dice di sì, avere sempre pronta una strategia di uscita volta a contenere i danni. Mica facile.
Riguardo invece alla presunta o reale incapacità altrui rapportata a un inspiegabile successo sarebbe auspicabile capire a cosa è dovuto realmente, partendo con l’analisi del comportamento dei concorrenti e degli strumenti utilizzati per ritagliarsi una propria nicchia. A cominciare dal loro sito. E qui emerge la seconda obiezione: “Se sono interessati al mio workshop, leggeranno attentamente tutto il mio sito e guarderanno una a una le mie foto”.
Mica vero, soprattutto se si scrivono metri di testo senza criterio organizzativo o se…







































