Intervista a Harry Salamon
In gentile concessione di Claudia Rocchini e del Gruppo Oasi Sant’Alessio su FLickr
Naturalmente
A tu per tu con Harry Salamon, un imprenditore che ha deciso di investire tutto sulla natura per realizzare un sogno divenuto una realtà della conservazione naturalistica italiana. Un patrimonio per tutti, fotografi, biologi o semplici curiosi che vogliono entrare a contatto con la natura. A venti minuti da Milano
di Claudia Rocchini
Chi si sta chiedendo cosa ci faccia l’intervista di un imprenditore sulle pagine che di solito ospitano grandi nomi della fotografia italiana e internazionale probabilmente non ha tra le sue passioni la fotografia naturalistica e il conservazionismo. Harry Salamon, infatti, per chi usa la macchina fotografica proprio per raccontare la natura e i suoi protagonisti è un nome conosciuto. Un uomo che ha dedicato la sua vita a un vero e proprio sogno, creare un’area protetta capace di offrire protezione agli animali e se possibile utilizzarla per progetti di ripopolamento o reinserimento in natura. L’Oasi di Sant’Alessio, il luogo prescelto per trasformare il sogno in realtà è una magnifica tenuta in provincia di Pavia ma a soli 20 minuti di macchina da Milano, che si estende attorno a un antico maniero del ’500 che ora funge da quartier generale della struttura. Questo luogo che fin da subito si è ritagliato un ruolo importante nel panorama del conservazionismo italiano ha portato con sé un modo nuovo di affrontare molte delle tematiche ambientali legati al ripopolamento faunistico. Negli anni i progetti portati a termine con successo sono diventati tantissimi, così come le nuove sfide che l’Oasi di Sant’Alessio ha affrontato e affronta ogni anno. L’importanza di questo centro ha ovviamente finito per attirare l’attenzione anche degli appassionati di fotografia naturalistica che hanno l’opportunità di osservare da vicino, ma senza disturbarle numerosissime specie, alcune in cattività, alcune in semi-cattività, altre in libertà. Anche per questo FotoUp ha scelto di iniziare una collaborazione con Harry Salamon e i suoi biologi per organizzare veri e propri workshop che rappresentano un’occasione importante non solo da un punto di vista tecnico, ma anche culturale.
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L’incontro con Harry Salamon avviene nei pressi della vasca delle lontre, mentre dà spiegazioni ad altri visitatori dell’Oasi. Oggi è piovuto, nel bosco c’è un’atmosfera quasi irreale, e nonostante sia sabato ci sono pochissimi visitatori.
La prima domanda è scontata, perché un’oasi come Sant’Alessio?
Tutta la mia vita è stata un rischio: ho inventato questo posto, ho lottato con banche e speculatori, ho coinvolto tutta la mia famiglia in questo progetto. Anche i miei figli, Lorenza, Matteo, Ludovica e Giulio hanno dato ogni possibile aiuto senza mai far pesare i sacrifici che per l’Oasi ho troppo spesso imposto loro. Mia moglie Antonia ha, per amore, dato a questo luogo e a questo sogno, i suoi migliori anni. Mio figlio, Giulio Salamon, ora è il Direttore. E ancora oggi mi batto per mantenere l’impostazione delle Oasi così come l’ho voluta: un laboratorio naturalistico a cielo aperto che non voglio diventi una specie di zoo. Eppure sarebbe facile: basterebbe aprire la sera o permettere comportamenti che ora sono vietati e invece concessi in altri Parchi.
Perché il suo parco la sera chiude?
Le Oasi sono popolate di animali selvatici, che di notte vanno e vengono, alcuni rimangono, tipo la nutria che ci siamo ritrovati quest’estate con cucciolata al seguito. E non se ne vuole andare, costringendoci a un controllo più rigoroso dell’ecosistema della zona della palude. Le basti sapere, per esempio, che ogni notte la palude delle cicogne e delle spatole si popola di circa 400 esemplari. Così come la zona degli ibis è territorio notturno dello sparviero, che ha nidificato appena fuori i confini dell’Oasi: entra a cacciare le tortore che a loro volta fanno incursioni notturne alla ricerca del cibo che predisponiamo per gli ibis. O il picchio rosso, anche lui ha nidificato recentemente qui da noi, ma è estremamente selvatico e raramente si riesce a osservarlo
Immagino lo spettacolo…
Appunto. Uno spettacolo a cui io stesso mi concedo il lusso di assistere raramente, nonostante abiti qua: avvicinarsi a soli 100 metri significa spaventare gli aironi, che se ne andrebbero senza più fare ritorno. Si immagina cosa significherebbe aprire la notte al pubblico? Già facciamo fatica a far capire l’importanza di muoversi per il bosco senza gridare o senza correre durante il giorno…
Perché la sua Oasi è frequentata da tanti fotografi?
Perché foto naturalisti e bird watcher sono di solito i nostri primi sostenitori. Il loro approccio tipico a luoghi come la nostra Oasi è di norma un modello di comportamento che mi piacerebbe fosse seguito da tutti i visitatori. Il fotografo ha bisogno del silenzio per riuscire a cogliere gli animali nei loro atteggiamenti naturali e si pone di solito con il rispetto di chi sa di essere un ospite. Per soddisfare le esigenze di chi viene armato di teleobiettivi e binocoli abbiamo creato percorsi nascosti, tunnel, appostamenti, ma anche passaggi speciali come quelli che consentono di vedere i nidi dei rapaci. Tutto ovviamente nel rispetto degli animali che nella maggior parte dei casi vivono nella nostra struttura perché parte di un progetto di ripopolamento faunistico. Da noi fotografare un martin pescatore è certamente più semplice che non in natura ma non è comunque una passeggiata o come far foto in uno zoo. Ci vuole pazienza e anche una certa preparazione sulla biologia e l’etologia delle specie che si vogliono ritrarre.
Dunque, molto di più dello scatto da incorniciare?
Direi di sì e sono convinto che il nostro parco dovrebbe studiare anche nuova iniziative dove condividere la nostra esperienza e quella dei nostri biologi con chi per passione o professione passa il tempo a ritrarre il risultato del nostro lavoro quotidiano. Si tratta di un patrimonio di immagini di grande valore che rappresenta anche il primo e più importante veicolo di “pubblicità” tra i nostri utenti, gli stessi che frequentando l’Oasi ne permettono in parte l’esistenza. Il progetto cui stiamo pensando insieme a FotoUp va proprio in questa direzione e lo fa cercando di allargare il fronte della formazione del fotografo naturalista che non può comprendere il solo lato tecnico e che invece non può prescindere anche da una preparazione culturale più ampia che permetta lui di raccontare meglio non solo le specie ma anche il contesto un cui vivono, sia che si tratti di un’oasi come al nostra, sia della natura selvaggia. I nostri animali non sono qui per farsi fotografare ma per partecipare “inconsapevolmente” a progetti finalizzati alla reintroduzione in natura. Argomenti che a mio avviso offrono anche nuove opportunità per raccontare la natura al di fuori di schemi che, anche da un punto di vista iconografico, rischiano con il tempo di diventare veri e propri cliché, cartoline.
L’iniziativa cui Harry Salamon fa riferimento nell’intervista sarà organizzata in collaborazione con FotoUp nel periodo di febbraio, in via del tutto eccezionale dal momento che l’Oasi di Sant’Alessio è chiusa al pubblico fino a primavera. Detto che per i dettagli vi rimandiamo alle comunicazioni che troverete da gennaio sul portale, l’obiettivo della giornata di workshop sarà quello di approfondire diversi temi tecnici e non con l’ausilio di alcuni fotografi professionisti e i biologi che operano nel parco e che avranno un ruolo attivo sia nelle sessioni di shooting, sia in quelle di teoria. I temi affrontati saranno quelli classici della fotografia naturalistica e del reportage.











































